Dopo il confortante successo nel derby contro la Juventus, domenica 20 febbraio il Grande Torino è atteso dalla trasferta in Veneto sul campo del Padova, compagine neopromossa che naviga in una tranquilla posizione di centroclassifica.

L’ambiente granata è ancora scosso per la morte del padre di Franco Ossola, con l’ala sinistra che fino all’ultimo è in dubbio se prendere parte o meno al match, il tecnico Erbstein ha infatti messo in preallarme il suo connazionale Schubert, autentico oggetto misterioso della squadra prelevato a gennaio dallo Slovan Bratislava; all’ultimo però Ossola opterà per scendere in campo.

Il Padova è privo del suo allenatore, l’ex Campione del Mondo del 1938 Pietro Serantoni, ricoverato in una clinica cittadina per una brutta emorragia intestinale; a dirigere la squadra per l’occasione sarà il suo vice Mariano Tansini. La squadra biancoscudata, soprannominata “la garibaldina” della Serie A è nella sua consueta formazione tipo con l’eccezione del centravanti inglese Adcock che sarà surrogato dallo spostamento al centro dell’attacco del terzino Checchetti, una mossa audacissima che, come vedremo, darà i suoi frutti.

Alla vigilia della gara l’intera squadra del Torino, capitanata dal suo tecnico Egri-Erbstein si reca a piedi, mischiandosi tra la gente comune, al vicino campo Belzoni di Vicolo San Massimo ad omaggiare Walter Petron detto “Lallo”. Questo sfortunato calciatore padovano in forza al Torino dal 1938 al 1942 ed allenato da Erbstein per pochi mesi nel 1938 (prima che le infami Leggi Razziali obbligassero il tecnico torinista a lasciare il paese) morì a soli ventisei anni il 21 marzo del 1945 in via Loredan, colpito da una scheggia durante un bombardamento degli Alleati sulla città veneta.

Le due squadre

Domenica 20 febbraio 1949, sotto un pallido sole invernale, alle ore 15 entrano in campo le due squadre che vestono le solite casacche tradizionali (bianca con risvolti rossi il Padova, interamente granata il Torino).

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Lo Stadio Appiani, uno strano impianto con una gigantesca gradinata su un lato ed una piccola tribuna di legno in stile inglese sull’altro, è gremito con 20.000 spettatori sugli spalti. Il Toro conferma l’undici che ha vinto (e convinto) nel derby: Bacigalupo in porta, Ballarin, Rigamonti e Maroso il terzetto di difesa, Castigliano e Martelli la coppia di mediani sistemisti, Loik e Mazzola le mezzali, Menti, Gabetto e Ossola il classico tridente d’attacco. I giocatori granata giocano con il lutto al braccio in ricordo della scomparsa del padre di Franco Ossola.

Il Padova è una delle poche squadre della massima serie che continua a giocare con il vecchio Metodo, modulo che ha permesso alla compagine veneta di centrare una storica promozione in massima serie, categoria che nella città di Sant’Antonio mancava dal 1934. In porta la scelta cade su Luisetto (che in campionato si è spesso alternato con Enzo Romano), Sforzin ed Arrighini sono i due classici terzini “chiusi”, il primo più con mansioni da libero, il secondo più marcatore; sulle fasce giostrano i mediani laterali Rolle e Zanon, due simboli della squadra patavina. Centromediano con compiti prettamente d’interdizione è il capitano Guido Quadri, la coppia di mezzali arretrate sono Celio (futuro milanista) e Matè, mentre il tridente offensivo è formato dalle ali Vitali (forse l’elemento di maggiore classe) e Fiore, con l’improvvisato centravanti Checchetti. È una squadra tipicamente operaia, quella patavina, con ben sette giocati nati e cresciuti nel Veneto (Luisetto, Sforzin, Rolle, Zanon, Celio, Fiore, Checchetti), che formalmente si schiera con il classico Metodo anche se in realtà, in questa stagione, il Padova ha fatto quasi sempre vedere un catenaccione in piena regola con otto giocatori (i due terzini, i tre mediani e le due interni) che giocano sistematicamente dietro la linea della palla facendo massa davanti alla propria area di rigore. Con questa tattica il Padova cercherà di rovinare i piani del Torino in una partita che si rivelerà una delle più incredibili e memorabili della storia del club veneto.

CRONACA DELLA GARA

Primo tempo

Prima del fischio d’inizio dell’arbitro Gemini di Roma, entrambe le squadre si fermano per un minuto in silenzio in onore di Giovanni Ossola. Una volta iniziata la contesa il Padova, rispettando i presupposti della vigilia, abbassa tremendamente il suo baricentro a difesa della propria porta, Tansini inverte addirittura la posizione delle due mezzali (senza un motivo palese), per corroborare ulteriormente la sua fase difensiva.

Se il Padova gioca troppo abbottonato, il Torino dal canto parte subito con un assetto ultra spregiudicato, con i mediani Castigliano e Martelli ed addirittura i terzini Ballarin e Maroso in costante proiezione offensiva, una tattica talmente rischiosa che viene addirittura biasimata su Il Calcio Illustrato da Renzo De Vecchi nel suo Osservatorio. Per venti minuti il Torino gioca con tutti i suoi dieci giocatori piazzati nella metà campo padovana, ma nella sua area, la squadra di casa, non fa passare uno spillo.

Al 22’, alla prima puntata offensiva della partita il Padova passa in vantaggio: Rigamonti affronta con sufficienza Checchetti, questi lo supera di irruenza e piazza un fendente che finisce in rete alla sinistra di Bacigalupo.

Quattro minuti più tardi è ancora l’improvvisato attaccante patavino a rendersi protagonista, questa volta parte da posizione defilata, poi incrocia al centro e calcia un altro tiro che sorprende nuovamente Bacigalupo, questa volta sulla sua destra; l’Appiani è in festa incredulo a ciò che sta osservando: i propri beniamini sono infatti avanti 2-0 nelle uniche due occasioni create in tutta questa prima parte di gara dominata dalla squadra ospite.

Il Torino reagisce con ancora più veemenza, chiudendo nuovamente il Padova in area di rigore: Menti, Maroso, Ossola, Mazzola si presentano a turno davanti a Luisetto, ma i loro tiri non finiscono a destinazione. Al 36’ comunque la squadra di Erbstein segna il meritato gol che riapre la gara, con una bellissima azione: Martelli apre su Menti che crossa in area, Gabetto fallisce la sua classica rovesciata, ma sul secondo palo piomba come un falco il suo grande amico Ossola che scaraventa in rete il pallone. Al 39’ poi arriva il pareggio: Castigliano si presenta minaccioso al limite dell’area e scaglia in rete una delle sue proverbiali stangate, Luisetto coperto da Quadri, non vede nemmeno partire la sfera che si insacca alla sua destra. In soli tre minuti lo squadrone granata ha annullato il doppio svantaggio. All’ultimo minuto del primo tempo, però, la difesa torinista fa di nuovo patatrac: Checchetti supera ancora una volta Rigamonti, Ballarin è in ritardo, così tocca a Maroso spostarsi sulla sinistra per tamponare la falla lasciando sguarnita la sua fascia, Checchetti vede accorrere Vitali sull’altro lato e lo serve, l’ala destra del Padova non si fa pregare e con una fucilata fa passare la palla tra le mani protese di Bacigalupo: 3-2! Su questo incredibile punteggio Gemini fischia la fine della prima frazione in un Appiani festoso per ciò che sta accadendo.

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Secondo tempo

Negli spogliatoi Erbstein si sarà fatto sicuramente sentire con i suoi uomini per le troppe disattenzioni difensive commesse nei primi quarantacinque minuti, ma anche nella seconda frazione il canovaccio non cambia: il Torino, infatti, continua ad attaccare con tutti i dieci giocatori di movimento che si riversano nella metà campo avversaria; Mazzola ha l’opportunità di pareggiare, ma da due passi manda il pallone alto sopra la traversa, un errore banale, non consueto per lui. Al 7’ così il Padova, al primo tiro in porta della ripresa, fa poker: su un bel assist di Celio, l’ala sinistra Fiore si smarca bene e supera per la quarta volta Bacigalupo.

Sugli spalti i ventimila dell’Appiani sono in visibilio: “Cinque! Cinque!” gridano i tifosi padovani all’unisono. In effetti il Torino ora sembra davvero in bambola, non riuscendo nemmeno ad abbozzare ad una reazione, i difensori in maglia granata compiono errori in continuazione e Checchetti questa volta dimostra di essere un difensore, divorandosi da pochi passi il possibile quinto gol. Il Torino è letteralmente smarrito, con Bacigalupo che deve sventare altre due occasioni importanti per la squadra di casa. Dopo il quarto d’ora però il Padova cala ed il Torino riprende a giocare il suo calcio: mediani e mezzali si scambiano continuamente di posizione per non dare punti di riferimento alla retroguardia patavina, composta da una barriera di otto giocatori.

Al 23’ Mazzola scaglia in porta un bolide, ma il portiere padovano Luisetto si supera con un miracolo. Tre minuti dopo il Toro accorcia le distanze con un gol abbastanza casuale: su una punizione da metà campo di Ballarin, il pallone spiove in area senza che nessun difensore padovano la intercetti, sbuca così Menti che con opportunismo segna la rete che riapre la contesa.

Il Padova non ne ha più e ormai la sua difesa ad oltranza non regge: al 32’ il Torino sigla il pareggio con un’azione capolavoro, grazie ad una fitta ragnatela di otto passaggi di fila tra Castigliano ed i cinque attaccanti granata (Menti-Loik-Gabetto-Mazzola-Ossola) che termina con Menti solo davanti a Luisetto: il tiro conclusivo dell’ala destra non dà scampo al portiere di casa 4-4.

Il pubblico dell’Appiani, sportivamente, scoppia in un fragoroso applauso. Poi la partita improvvisamente si spegne con entrambe le compagini che sembrano appagate dello spettacolo offerto; a parte una punizione calciata alle stelle da Menti non succede più nulla.

Al triplice fischio di Gemini, l’intero stadio scoppia in un applauso scrosciante, un giusto omaggio a due squadre che, seppur con due differenti interpretazioni calcistiche, hanno saputo ugualmente dare spettacolo ed entusiasmare il pubblico.

Francesco Scabar

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