La scuola danubiana non esiste più, ma ha comunque saputo fornire un contributo senza eguali all’evoluzione del calcio europeo e non solo. Per capirne la genesi e la sua importanza storica è necessario partire da un fatto: è nata durante gli ultimi decenni di vita dell’Impero Austro-Ungarico e ha trovato la sua tomba nel secondo dopoguerra, quando i paesi mitteleuropei (Austria, Ungheria, Cecoslovacchia) sono stati divisi dalla cortina di ferro.

Da una parte quindi l’Austria – paese del blocco occidentale – inglobata nella sfera del calcio tedesco; dall’altra l’Ungheria e la Cecoslovacchia, accorpate nel blocco orientale e finite poi per essere mescolate nel sistema collettivista di calcio proposto dai Paesi dell’Est Europa.
Pertanto, la prima caratteristica fondante della scuola danubiana è stato l’ideale di “calcio associativo” che, nel pieno rispetto dell’idea multietnica e multiculturale del vecchio Impero Asburgico, ha saputo assimilare idee molto diverse tra loro, amalgamandole in modo intelligente.

Lo stile danubiano, infatti, può esser letto come la trasposizione mitteleuropea del passing game praticato dagli scozzesi, anche se interpretato in modo più raffinato e ricercato: un calcio che combinava alla rigorosa organizzazione teutonica l’estro e l’imprevedibilità dei popoli slavi e magiari.
Un nuovo movimento calcistico, declinato nelle sue varianti (austriaca, magiara, cecoslovacca) e basato principalmente su due “pilastri”:
– Il possesso palla
– Il posizionamento e l’intercetto in fase di non possesso
Ne scaturiva da tutto ciò un gioco schiettamente posizionale, dove il controllo ed il dominio dello spazio erano prerogative essenziali. In difesa traspariva il concetto di marcatura a zona in quanto ogni giocatore doveva presidiare una determinata sezione di campo per poi intercettare l’avversario o la palla. In fase di possesso invece, i giocatori dovevano avanzare attraverso fitte trame di passaggi palla a terra, che andavano effettuati individuando i corridoi liberi davanti al compagno di squadra.

C’era già quindi un assunto base che lo spazio, in fase d’attacco, non andasse solo sfruttato, ma anche manipolato. Per questo motivo diventava fondamentale la capacità dei giocatori di interpretare più ruoli e fasi di gioco. In una parola: polivalenza.
Quello danubiano può quindi essere considerato la versione primigenia del cosiddetto calcio totale perfezionato negli anni Sessanta dagli olandesi.
Dal punto di vista calcistico Austria, Ungheria e Cecoslovacchia sin dai primi del Novecento e fino alla metà degli anni Cinquanta, praticavano grossomodo la stessa tipologia di calcio anche se con delle sfumature importanti che meritano di essere rilevate:

AUSTRIA
Era la scuola più purista e conservativa, anche se ha prodotto meno individualità dei vicini ungheresi (l’unico talento cristallino era quello di Mathias “Cartavelina” Sindelar). Le squadre austriache e soprattutto la sua nazionale (il Wunderteam) erano famose per il loro gioco molto organico e fluido, basato su una versione abbastanza fedele del Metodo (derivato dal 2-3-5). Gli austriaci saranno infatti uno degli ultimi Paesi del mondo – assieme all’Uruguay – a recepire il Sistema solamente intorno la metà degli anni Cinquanta.

UNGHERIA
Fin dagli anni Venti-Trenta ha potuto contare su una produzione di talenti superiore a quella dei vicini cecoslovacchi e austriaci (su tutti Jenő e Kalman Konrád, oltre ai vari Alfréd Schaffer, Imre Schlosser e Ferenc Hirzer); anche se il gioco era molto più individualista ed anarchico rispetto a quello delle squadre austriache. A livello di idee però gli ungheresi si sono dimostrati più aperti, utilizzando un gioco maggiormente verticale e dinamico; infatti, già dai primi anni Quaranta, avevano cominciato a schierare le loro squadre con il WM.
L’Újpest Dózsa negli anni Quaranta è stata una delle prime squadre ad adottare in modo sistematico la trappola del fuorigioco.

CECOSLOVACCHIA
Difficile classificare come giocassero le squadre cecoslovacche. Da un punto di vista ideologico esse non si discostavano molto da quelle dei contigui Paesi mitteleuropei (gioco posizionale e fraseggi palla a terra), però il tratto distintivo dei giocatori cecoslovacchi era il gioco estremamente duro ed il loro comportamento antisportivo che spesso sfociava in partite maschie, contraddistinte da risse.
Anche le squadre cecoslovacche han recepito il WM negli Anni Quaranta al pari di quelle magiare.