Per comprendere come mai oggi non si può più parlare di “calcio danubiano” dobbiamo in primis osservare la cartina del vecchio Impero Austro-Ungarico nel 1914, anno dello scoppio della Grande Guerra.

L’Impero

L’Impero Austro-Ungarico era un vasto territorio che grossomodo correva in direzione Nord-Sud dalla Boemia al Montenegro e, in senso Ovest-Est, dal Tirolo alla Bucovina (una regione montuosa dell’attuale Ucraina). Questa vasta distesa contava 52 milioni di abitanti, con ben undici etnie diverse: tedeschi, ungheresi, cechi, slovacchi, croati, polacchi, ucraini, sloveni, serbi, italiani e rumeni.

Dal punto di vista giuridico c’era una suddivisione tra la parte austriaca (la Cisleitania che comprendeva anche la Boemia, la Galizia, la Slovenia e la Dalmazia) e quella ungarica (la Transleitania che comprendeva anche la Croazia) mentre la Bosnia-Erzegovina era parte separata. Ne consegue che il territorio austriaco e quello ungherese fossero decisamente “sovrabbondanti” rispetto a quelli attuali.

Dopo la rapida urbanizzazione iniziata a metà dell’Ottocento, che aveva attirato a Vienna e Budapest (entrambe vedono letteralmente raddoppiare la propria popolazione) gente da ogni angolo dell’Impero e il trasferimento di enormi masse di popolazioni rurali in periferia, negli anni Venti gli Stati danubiani cominciano a riconoscere il professionismo nel calcio.

Il fattore “Campionato”

C’è anche un altro fattore da prendere in considerazione: il calcio danubiano degli Anni Venti-Trenta era un fenomeno prettamente metropolitano e di conseguenza classista. In Austria, dopo il 1923 e la nascita della Wiener Fußball-Verband (una delle nove federazioni regionali della ÖFB, la Federcalcio austriaca), il massimo campionato austriaco consisteva in una competizione tra le sole dodici squadre della capitale.
In Ungheria invece, nello stesso periodo storico, esisteva già un campionato nazionale, anche se le prime sei squadre appartenevano quasi sempre alla capitale (Újpest, Ferencváros, Hungária, III. Kerületi T.V.E., Kispest, Vasas). Situazione leggermente differente in Cecoslovacchia dove le squadre praghesi, seppur egemoni, erano “solo” quattro (Slavia, Sparta, D.F.C. e Bohemians).

Contrasto di stili

Quella danubiana è stata anche a tutti gli effetti la prima scuola calcistica europea multietnica. Se prendiamo ad esempio come pietra di paragone il famoso Wunderteam, esso costituiva una sorta di mix ben riuscito tra calciatori di etnia tedesca e cecoslovacca (il terzino Karl Sesta, il mediano Josef Smistik, gli attaccanti Karl Zischek, Josef Bican e Matthias Sindelar, per esempio) e lo stesso Hugo Meisl era di origine boema. Di conseguenza non ha senso parlare di un calcio austriaco, cecoslovacco o ungherese: tutte queste realtà erano rimaste in qualche modo intrecciate ed interconnesse grazie al retroterra asburgico.

La situazione muta radicalmente dopo il 1945, con l’arrivo della cortina di ferro perché l’Austria viene inglobata nel mondo occidentale, mentre Ungheria e Cecoslovacchia diventano satelliti sovietici. Di conseguenza si viene a spezzare quel continuum che aveva permesso alla scuola danubiana di restare in vita. La Grande Ungheria degli Anni Cinquanta può infatti essere letta come una sorta di unione felice tra il gioco tecnico e spontaneo della vecchia scuola mitteleuropea e la nuova rigorosa pianificazione collettivista di stampo socialista. Un “compromesso” che ha retto appena un decennio, in quanto, successivamente, nel calcio ungherese, il collettivismo è riuscito a prendere il sopravvento definitivamente sull’individualismo, fatto per altro già profetizzato da Willy Meisl nel suo Soccer Revolution.

Il calcio austriaco invece, rimasto estraneo a questo processo, ha continuato ad insistere su un atteggiamento tattico e filosofico abbastanza purista, fatto di calcio orizzontale, ma a ritmi bassi e spesso prevedibili. Essendo un movimento calcistico prettamente metropolitano e legato saldamente alle squadre viennesi, esso è iniziato a scemare non appena le squadre viennesi hanno incominciato a diventare marginali. Questo processo inizierà nel 1987 quando il grande Ernst Happel verrà nominato allenatore dello Swarowski Tirol di Innsbruck. Ad oggi, delle ultime 35 edizioni della Bundesliga, solo otto sono state vinte da squadre viennesi (sei dall’Austria Vienna e due dal Rapid) mentre le ultime nove stagioni sono state dominate dal Red Bull di Salisburgo, squadra che per prima ha introdotto in Austria il gioco basato sul gegenpressing. La recente nomina di Ralf Ragnick sulla panchina della Nazionale ha riconfermato questa tendenza: ormai in Austria il calcio fisico e verticale ha preso definitivamente il sopravvento sullo stile classico austriaco.

La Cecoslovacchia infine è stata la nazione che ha saputo conservare meglio il suo stile e dove il rigoroso collettivismo non solo non ha soffocato i talenti individuali, ma ha anche saputo esaltarne la loro forza fisica e la loro cattiveria agonistica.