La Squadra d’Oro ungherese (Aranycsapat in magiaro) del quadriennio 1950-1954 è stata uno dei laboratori tattici più arditi e interessanti di tutta la storia del calcio.

Quella grande nazionale da una parte è stata l’ultimissimo sussulto della grande tradizione calcistica ungherese che affiorava le sue radici nel grande M.T.K. di John Tait Robertson e Jimmy Hogan degli Anni Dieci / Venti. Dall’altro invece, lo squadrone magiaro ha posto le basi per la nascita del calcio contemporaneo: la difesa a zona, il gioco di posizione, il “finto centravanti”.

I concetti di ripartenza o sovrapposizione nascono proprio con la Grande Ungheria.

Lo schieramento

L’Ungheria, sulla carta, si schierava con il classico WM – schema di gioco adottato dalle squadre magiare (nazionale inclusa) dai primi Anni Quaranta – anche se “declinato” con chiave di letture tipicamente danubiane.

In porta c’era un portiere come Grosics che già interpretava il ruolo in modo rivoluzionario, non limitandosi a coprire la porta, ma uscendo spessissimo anche fuori dall’area come una sorta di libero aggiunto.

In difesa imperava la classica M sistemista con tre difensori in linea (due terzini e uno stopper centrale) e due mediani di centrocampo. In mezzo al campo però non si formava il quadrilatero, come nel WM classico, perché l’attacco partiva con le due ali, i due interni ed il centravanti che erano perfettamente allineati.

Come vedremo, il numero 9 in realtà era un “finto centravanti”, perché giocava alle spalle delle altre punte. Anzi, a differenza di Sindelar, esso poteva essere considerato un trequartista o un regista di centrocampo a tutti gli effetti.

Fase difensiva

– In fase di non possesso palla, l’intero undici della Squadra d’Oro si disponeva molto corto sul terreno di gioco con le due ali ed il centravanti a posizionarsi davanti ai due mediani formando così due M sovrapposte (MM).

– I tre difensori centrali marcavano il rispettivo avversario nella loro zona di riferimento, posizionandosi sempre abbastanza lontani dalla loro porta e tenendo quindi la linea difensiva alta e propositiva.

– I tre difensori ed i due mediani potevano comportarsi in modo diverso, a seconda dell’interpretazione della gara o dei momenti del match: o aggredivano l’avversario su linee d’anticipo rischiando l’uno contro uno, oppure uno dei due mediani (più spesso il mediano sinistro Zakarias) si affiancava allo stopper centrale formando così un’inedita (e rivoluzionaria) linea difensiva.

– Se uno dei due mediani scivolava in mezzo ai tre centrali di centrocampo restava così un solo elemento (Bozsik). Quest’ultimo aveva un raggio d’azione più ampio e poteva essere considerato come il regista della squadra. Così, ad arretrare in mezzo al campo, era il “finto centravanti” – Hidegkuti – che formava definitivamente un centrocampo a due (con due registi) mentre l’attacco poteva contare su quattro elementi in linea, ovvero due ali sulle fasce e due punte al centro (i finti interni Kocsis e Puskás che sono in realtà i terminali della squadra).

– Una delle due ali – Budai sulla destra – giocava con compiti più tattici posizionandosi più dentro al campo mentre l’ala mancina Czibor agiva da estremo puro. Di fatto, con l’Aranycsapat, nasceva un primissimo embrione di 4-3-3.

Fase offensiva

– In fase di possesso palla, la Squadra d’Oro occupava tutto il campo in ampiezza con un solo uomo arretrato (lo stopper Lóránt). I due terzini (Buzánszky e Lantos) partivano larghi ed erano pronti a spingersi in attacco, mentre i due mediani giocavano quasi a ridosso dei cinque attaccanti.

– I due terzini e lo stopper centrale, appena rubavano la palla all’avversario, dovevano innescare l’attacco il prima possibile con lunghi spioventi. I due terzini, in alternativa, potevano avanzare sulla fascia fino quasi a sovrapporsi agli attaccanti.

– Uno dei due mediani (Bozsik) agiva di fatto da sesto attaccante con il compito di inserirsi spesso “a fari spenti” in attacco.

– Le due ali partivano larghe ma poi tagliavano spesso in diagonale, scambiandosi addirittura di fascia. Se Czibor agiva più come ala pura sfruttando l’uno contro uno, Budai giocava invece maggiormente dentro al campo, più come una mezzala aggiunta che come un’ala vera e propria.

– I due “finti interni” avevano ampia libertà di movimento su tutto il fronte offensivo anche se rappresentavano i terminali offensivi della manovra. L’interno destro (Kocsis), oltre che come stoccatore, agiva di sponda sfruttando le sue abilità aeree; mentre l’interno sinistro Puskás aveva un raggio d’azione più ampio in quanto fungeva sia da uomo assist che da goleador. Il centravanti arretrato Hidegkuti infine, in fase offensiva, flottava tra le linee avversarie come un moderno trequartista.

– Tutti i cinque giocatori offensivi dovevano effettuare passaggi in modo rapido, a uno-due tocchi, e con la palla a terra. La sfera andava sempre giocata negli spazi liberi per non fermare mai il movimento del compagno, perfezionando ulteriormente la filosofia dell'”attacco degli spazi”.

Si può concludere dicendo che l’Ungheria ha quindi anticipato di almeno un decennio il passaggio dal Sistema al 4-2-4. A partire degli Anni Sessanta il movimento calcistico ungherese finisce per subire in maniera sempre più crescente l’influenza delle idee collettiviste elaborate negli altri paesi del Blocco Socialista che assorbiranno ed essenzializzeranno tutte le novità calcistiche fatte conoscere dalla Squadra d’Oro negli Anni Cinquanta.

Francesco Scabar